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La parola scritta

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La lingua è essenzialmente uno strumento di comunicazione sia nella forma dell'espressione orale che in quella scritta.
Entrambe usano la parola come veicolo di comunicazione. Ma c'è una fondamentale differenza.
Chi parla può permettersi di incorrere in qualche scivolamento grammaticale o sintattico con conseguente ambiguità di senso, sorretto comunque dalla possibilità di poter correggere in itinere il suo discorso. Nella forma scritta ciò non è possibile.
Nella scrittura parole e segni grafici si combinano in una sequenza lineare di frasi e periodi secondo l'intenzionalità di chi scrive in un modo definitivamente compiuto.
Linguistica, semiotica, glottologia, filologia sono solo alcuni nomi di discipline che hanno indagato da varie angolazioni l'affascinante mondo della scrittura, nella molteplicità dei fattori che intervengono nella alchimia della frase.
L'uso della parola nel testo scritto è quanto mai impegnativo se pensiamo per un attimo a quel processo evolutivo per cui su di essa si sono sedimentati nel tempo vari strati di significati.
Se sfogliate un qualsiasi dizionario della lingua italiana, troverete un elenco di oltre 200.000 voci lessicali per ognuna delle quali oltre alla definizione del significato primario della parola (non necessariamente quello originario), viene riportata una sequenza di altre accezioni del vocabolo, che corrispondono ad altrettante attribuzioni di senso.
Se pensiamo poi al fatto che la parola scritta nella molteplicità dei suoi significati viene inserita in quella espressione compiuta che chiamiamo frase, e che la frase stessa è a sua volta connessa ad altre frasi in quell'insieme che chiamiamo periodo, ci rendiamo conto di quanto sia complessa l'articolazione del discorso scritto, venendo chiamati in causa contemporaneamente lessico, grammatica e sintassi.
E che dire poi di quei minuscoli segni grafici rappresentati dalla punteggiatura ? Nella loro apparente insignificanza possono essere determinanti nel definire il senso del nostro discorso.
Nell'antichità romana era noto il responso della Sibilla Cumana ai soldati che la interrogavano sulla loro sorte prima della partenza per la guerra. La frase pronunciata era : "Ibis, redibis, non morieris in bello", che tradotta vuol dire : "Andrai, ritornerai, non morirai in guerra".
Ma se si sposta la seconda virgola e si scrive : "Ibis, redibis non, morieris in bello", il senso è esattamente l'opposto : "Andrai, non ritornerai, morirai in guerra".
Ma la Sibilla era solamente voce parlante.

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